90. L'Italia nel Seicento: decadenza o trasformazione?.

   Da: A. Tenenti, La civilt europea nella storia mondiale,
volume secondo, Il Mulino, Bologna, 1990

 Se molti storici contemporanei, oltre a Gino Luzzatto, negano il
declino economico italiano del Cinquecento, Alberto Tenenti
contesta addirittura il termine stesso di decadenza, ritenendolo
del tutto insufficiente a tratteggiare la situazione italiana
venutasi a creare nel Seicento; egli vede in realt una classe
dirigente che si afferma ma che non riesce a adeguarsi allo
sviluppo mondiale, e che cerca nella terra, nelle cariche
pubbliche e nelle rendite finanziarie la propria nuova dimensione.


   Per caratterizzare la situazione generale della penisola
italiana nel corso del Seicento si  fatto ricorso ad un insieme
di immagini, di metafore o addirittura di pseudoconcetti, di tono
sempre negativo. Poich aspetti sfavorevoli innegabilmente non vi
mancarono, questi termini di condanna hanno per un verso o per un
altro una qualche rispondenza parziale con la realt: ma la
colorano in modo pregiudiziale ed anche arbitrario. Dinanzi
all'assenza di una politica atlantica, almeno sul piano economico
marittimo, da parte degli Stati che in passato l'avevano
perseguita, si  parlato di incapacit: senza rendersi conto che
sarebbe stato irrealistico da parte loro ritentarne le vie. Non
meno vano  stato appellarsi a ipotetiche prospettive di
concentrazione o convergenza fra gli Stati, quando nessuno metteva
in forse - soprattutto in Italia, ma neppure all'estero - il pieno
diritto all'esistenza dello Stato pontificio. N sembra
maggiormente pertinente sottolineare che le classi dirigenti
locali si mostrarono disadatte alle esigenze della nuova
distribuzione delle forze in Europa. A posteriori si potrebbe
certo, per contrapposizione, sostenere che le classi dirigenti
inglesi furono in grado di farlo e fecero percorrere un lungo e
fruttuoso cammino al loro paese fra l'inizio del secolo
diciassettesimo e l'inizio del successivo. Ma neppure in un caso
apparentemente cos esemplare come il loro  lecito attribuire ai
borghesi e mercanti d'Inghilterra - per non dire alla sua nobilt
o ai suoi sovrani - un sia pur approssimativo e preventivo
organico disegno di raggiungere i risultati a cui pervenne la loro
patria. Quest'ultima li consegu soprattutto per un insieme di
azioni e di reazioni non calcolate n dominate in modo coerente,
n sul piano interno n su quello internazionale, salvo in momenti
eccezionali. Una congiuntura d'insieme favor l'Inghilterra,
mentre si rivel del tutto contraria agli Stati italiani. Le
classi dirigenti di questi ultimi avevano a suo tempo saputo
mettere mirabilmente a profitto altre congiunture ed altri
contesti: nel Seicento esse si adeguarono alle nuove condizioni
socio-economico-politiche che si erano venute creando.
   Quello che ne risult pu anche apparire una stasi, un declino,
un ritardo, se non una crisi: ma si tratta pi o meno di
definizioni approssimative, viziate da una visione esterna del
fenomeno e non caratterizzate da un moto di comprensione
dall'interno. Una parola riassume tutte queste inadeguatezze di
giudizio, tanto risulta comoda nella sua acritica facilit:
decadenza. Proprio in quanto la si ritiene impropria non bisogna
affatto andare alla ricerca degli argomenti che depongono in senso
contrario, come se si trattasse di riequilibrare una bilancia.
L'unica via per disincagliarsi da tale maniera di porre il
problema  di [...] mostrare che quanto si rimprovera alle sue
classi dirigenti  da un lato ci che praticamente non potevano
fare e dall'altro quello stesso che in gran parte fecero le altre
lites europee.
   In sostanza, dinanzi alle difficolt economiche e politiche che
si drizzavano da ogni parte, quelli che erano stati i ceti
imprenditoriali si volsero sempre pi al genere di vita
aristocratico che ormai non poteva realizzarsi quasi altro che nel
godimento e nell'accrescimento dei beni terrieri. Tale piega del
resto era stata abbastanza largamente presa dal secolo sedicesimo
e fin dal Quattrocento. Come viene riconosciuto e come era
avvenuto in precedenza, per lottare anche solo sul piano economico
nell'agone internazionale era ora ancor pi necessario l'appoggio
fattivo dei poteri statali di una certa dimensione. Pressoch
nessuno Stato italiano aveva pi la taglia sufficiente o le forze
per entrare validamente in simile competizione. Non che molti,
sotto diversi riguardi, non commettessero anche degli errori: ma
non sembra negabile che di fatto nessuno di tali Stati poteva
misurarsi con le nuove potenze (anche se taluna di esse, come
l'Olanda, era in apparenza inferiore sotto qualche non rilevante
rispetto).
   Come fra Duecento e Quattrocento alcuni di loro avevano avuto
un irradiamento internazionale ed esercitato forme di supremazia
apparentemente superiori alle loro dimensioni, ora si trovavano
portati o costretti a non valorizzare le risorse che si sarebbe
indotti ad attribuir loro. Senza dubbio  metodologicamente
immotivata l'esigenza che le loro classi dirigenti avrebbero
dovuto fare di pi o agire ben diversamente. Occorre infatti
pensare che mutarsi o innovare non  ugualmente possibile in ogni
momento storico e che vi sono fasi in cui si conta di pi sulla
tradizione e sulla prudenza (qualunque possa essere il giudizio
pi tardo).
   Cos coloro che si trovavano in possesso della ricchezza si
volsero ad impiegarla soprattutto nel settore agricolo, per un
insieme di circostanze tanto economiche quanto sociali. Disponendo
di scarse possibilit di impiegarne altrimenti i frutti, essi si
valsero dei loro profitti per incrementare investimenti culturali
e di prestigio, in genere a raggio locale. Le ridotte prospettive
commerciali o industriali non fecero che rinforzare questo
ancoraggio alla terra, che si tradusse sovente in una vita
sfarzosa e talora cortigiana oltre che nel soddisfacimento di
esigenze artistiche, musicali di pi o meno immediata rendita
sociale. Riecheggiando un luogo comune si  osservato che
nell'Italia di questo periodo pressoch nessun governo appoggi la
propria azione sulla borghesia oppure lo fece in modo assai
marginale. Senza che questo possa implicare nessun legittimo
biasimo, si deve ricordare in proposito che in genere queste
borghesie - soprattutto quelle pi abbienti - fecero il possibile
per rivestire i panni e le funzioni delle nobilt assimilandosi a
loro in ogni sorta di comportamento. Inoltre, senza che neppur
questo autorizzi alcuna sorta di condanna, l'ideale di vita
aristocratico port ormai di rado nella penisola - come in vari
altri paesi europei - a coltivare in prevalenza attivit
mercantili o industriali. Quello che venne maggiormente ricercato,
oltre al possesso fondiario, fu l'esercizio del potere locale
attraverso ogni sorta di uffici, incarichi o funzioni pubbliche
tanto sul piano laico che ecclesiastico - oltre all'incameramento
di rendite finanziarie. Non stupisce che anche in Italia vi sia
stata una notevole tendenza sia alla costituzione di latifondi ed
al loro espandersi (persino in Liguria) sia allo sfruttamento
delle prerogative o privilegi tradizionali connessi (come la
riscossione di pedaggi o dogane, l'esazione di tasse o la
imposizione di privative [attivit economiche esercitate in regime
di monopolio dallo stato o da un ente pubblico]).
   Queste caratteristiche generali assunsero delle gradazioni e
degli aspetti assai vari ed anche notevolmente differenti da Stato
a Stato e sovente da regione a regione all'interno di ciascun
organismo politico. La penisola costituiva una sorta di mosaico le
cui parti avevano delle specifiche e precise peculiarit. Persino
su questo piano geografico tuttavia suona falso e di gran lunga
improprio parlare di rifeudalizzazione. Tale termine sarebbe
quanto mai errato se volesse significare che nel Seicento si
reinstall in Italia una feudalit simile a quella che vi era
fiorita intorno al Mille. Basterebbe pensare alla imponente somma
di mutamenti intervenuti, alla profonda evoluzione del contesto
generale ed alla impossibilit storica di ripristini veri e
propri. Ma anche se la parola si limitasse al ruolo di immagine
evocatrice, si tratterebbe di un impiego largamente abusivo. Come
si  accennato, in questo periodo le nobilt vennero a costituire
in pi di met della penisola il risultato della fusione tra
borghesie ed aristocrazie e dell'inserimento delle prime nelle
seconde. Anche indipendentemente da questo, nella loro maggior
parte le nobilt si erano ampiamente rinnovate e le famiglie che
vi predominavano erano molto di rado le pi antiche. Infine e
soprattutto i comportamenti sociali, politici e culturali delle
aristocrazie seicentesche non ebbero quasi pi nulla di feudale
nel senso che si pu dare al vocabolo per le realt osservabili in
Italia intorno al Mille ed anche alquanto dopo. La rivendicazione
di qualche privilegio di vecchia data sulle proprie terre  ben
poca cosa per giustificare l'impiego del termine rifeudalizzazione
per quanto riguarda quasi tutti gli Stati italiani di quest'epoca.
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